Nel nome del padre

Mio padre è un uomo di un metro e settantacinque, carnagione olivastra, occhi grigio verdi, con un naso che è l’indiscusso protagonista di un groviglio di rughe d’espressione ottenute dal faticoso lavoro del ridere.

Suo padre era un uomo piccolo e magro, diceva di aver avuto il nonno turco, beveva e fumava in quantità considerevoli per non venir meno al luogo comune. Faceva il domatore di asini e cavalli, aveva un piccolo orto, e una serie di fratelli conosciuti per essere i più forti del paese.

Uno di questi si chiamava Giosuè, visto con gli occhi di una bambina zio Giosuè era un uomo spaventoso: altissimo, con dei baffoni importanti e il passo pesante. Bastava una sola frase per farci smettere di giocare in cortile e farci correre dentro casa: “Aprite il cancello, è arrivato zio Giosuè”. Io e mio fratello ci buttavamo in casa con la stessa incosciente velocità di due gazzelle nella savana. Ricordo che invano riuscivo a restare in disparte, muta e invisibile vicino al camino sperando che il fuoco mi fagocitasse, perché per nessuna ragione ci era concesso di non baciare il gigante: “Salutate zio Giosuè”, era la seconda frase per cui ci saremmo volontariamente venduti a Erode.

Mio nonno si chiamava Erminio, e ha sempre avuto un asino, l’ultimo in realtà era un’asina, si chiamava Morena. Mio nonno è morto quando gli hanno tolto l’alcool e il tabacco, io lo capisco e sono fiera che non sia caduto nella trappola del salutismo senile.

La madre di mio padre faceva la casalinga, sembrava una bambola di porcellana, piccola e candida, bionda e con sottili occhi azzurri, andava matta per il pane col pomodoro e le feste dei santi, non ne perdeva una: Santefis, Santarega, Santavida, Santamariacquas.

Mio padre racconta che a queste feste, lui, la mamma e un numero non pervenuto di fratelli e sorelle, ci andavano sui carri, o quelli bardati per le processioni o altri organizzati per portare i fedeli o, più tardi, con la corriera.

Mia nonna si chiamava Benedetta, da tutti conosciuta come Dina, era figlia di una donna del paese in cui era nata e di un uomo di Aritzo, che lei non ha mai conosciuto perché morì in guerra. Ci è rimasta di lui solo una foto.

Mia nonna quando il marito morì gli organizzò una stanza che nemmeno San Gennaro a Napoli! 

Io da mia nonna ho ereditato la passione per il pane col pomodoro e i santi.

E’ molto probabile che questa parentesi sui genitori di mio padre non serva a niente rispetto a quello che mi appresto a raccontare. 

Mio padre non è un fedelissimo dello stato pontificio e nemmeno delle allegre schiere celesti, dice di credere, ma non è chiaro se questo suo credere sia una copertura o sincera devozione. Sembrerebbe più una copertura architettata ad arte perché ghiotto di rappresentazioni sacre.

Non si contano più le partecipazioni in veste di San Pietro alla Passio Cristi di paese, saranno ormai 20 anni! Da Natale inizia la preparazione fisica che consiste semplicemente nel farsi crescere la barba.

Oggi, saranno state circa le 15 quando, mentre mi godevo il caffè del dopo pranzo, ha squillato il telefono, inconfondibile messaggio whatsapp: babbo ha inviato una foto.

A quest’ora, penso, cosa avrà mai fotografato!?

Un fremito, un leggero tremore, apro e lo vedo, in tutta la sua magnificenza, in tutto il suo splendore vestito da… ma come si è conciato? Perché questo assurdo copricapo che ricorda la parte più esposta di un membro elefantiaco? Ma cosa c’entra il Decameron!

Messaggio seguente foto: sono un Re Magio, portavo l’oro.

Messaggio di risposta per testare la devozione: come si chiama questo bel Re Magio?

Messaggio vocale: non mi ricordo se ero Baldassarre, altrimenti Gaspare e Zuzzurro. Ciaooo

Messaggio di risposta: adesso dovresti fare anche San Giovanni Battista ( patrono del paese ) e San Giuseppe.

Messaggio: quando vado in pensione.

Nel nome del padre, del figlio e dello spirito santo, amen.

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