Nostra Signora di Porto Salvo

 

Mi chiamano Maria di Porto Salvo, mi festeggiano il 22 settembre di ogni anno, portandomi in spalla, dal centro del paese al santuario sul vallone, dove vivo. Mi portano in spalla uomini devoti, che mi osannano, che mi pregano, che mi piangono.

Dicono  sia molto pesante, dicono che grande sia la fede di questi uomini.

Dicono sia arrivata sull’isola tanto tempo fa, e che dentro la grotta mi venerassero musulmani e cristiani.

Dicono che la grotta avesse due zone di culto, e io al centro a guardare, mezze lune e croci.

Dicono, che qui al santuario, sia seppellito un marabutto turco, e che altri eremiti di tutte le fedi abbiano vissuto al mio fianco.

Dicono che pregassero insieme, musulmani e cristiani, sotto il mio sguardo di pietra la guerra non esisteva.

Dicono che mi chiami Maria di Porto Salvo perché infiniti sono i naufraghi che ho salvato, infiniti i corpi ristorati, infiniti gli schiavi liberati.

Dicono che da me, chiunque sopravvivesse alla furia del mare, trovasse ricovero, pane e calore.

Dicono che per riprendere il mare e tornare a casa, quel pane e quel calore non si potesse rapinare.

Dicono che altrimenti il mare avrebbe gridato e la terra, resasi catena, avrebbe intrappolato il malaffare.

Dicono che io sia simbolo di salvezza, che abbia aiutato i naufraghi tra le onde della tempesta a trovare la forza di raggiungermi, che abbia placato i venti e i temporali, che abbia affrontato l’uragano per portarli in salvo.

Dicono che io mi sia fatta tela dipinta, effigie sola, o ritratta con quello che dicono mio figlio, o con le altre donne di Alessandria, e abbia guidato le barche alla deriva.

Dicono che io sia la Madonna di Porto Salvo, patrona e signora di Lampedusa, porta d’Europa, la mano che vi sorregge, il ventre che vi accoglie, il petto ardente del miracolo.

Dicono che io sia qui da tempo immemore, da quando i corsari si convertivano per uccidere, da quando i boschi abbracciavano l’isola tutto intorno e non c’erano milizie, da quando gli uccelli potevano ancora migrare, da quando le api non si disorientavano e versavano il miele nel mare, da quando si poteva coltivare e i confini non erano un’inutile corona di spine.

Ora dico, che sulle spalle di quei devoti non voglio più stare.

Ora dico, che mi si rendano i naufraghi.

Ora dico, con la voce del poeta, che la vita non sempre fa male può stracciarti le vele, rubarti il timone, ammazzarti i compagni a uno a uno, giocare ai quattro venti con la tua zattera, salarti e seccarti il cuore, come la magra galletta che ti rimane, per regalarti nell’ora dell’ultimo naufragio la mia mano, i miei grandi occhi, il mio radioso innamorato stupore.

Sono colei che si ostina a portare una collana di lucciole al collo, perché la notte illumini come un faro.

Sono colei che ha perso la sua bambina nel mare salato Sono colui che al porto cerca il figlio disperso.

Sono colei che ogni notte sente il fiato del padrone tra le gambe.

Dicono che chi si trovi a naufragare veda il rotondo orizzonte estendersi tutto intorno disperatamente.

Dicono, che a chi si salvi da un naufragio, il mare, che ha sostenuto il corpo finito, anneghi l’infinito del suo spirito.

Dicono che il corpo venga trasportato vivo a meravigliose profondità e davanti agli occhi passivi, l’avara sirena, la Saggezza, riveli i suoi tesori ammassati.

Dicono, coloro che si son salvati, di aver visto gli insetti del corallo, di aver visto il piede di dio sopra la calcola del telaio.

Dicono che quelli che scendono in mare, quelli, vedono le opere del Signore, e ne vogliono parlare.

Per questo li chiamano pazzi, per questo son detti migranti.

( due le citazioni, va detto per correttezza e se sarete corrett* le scoprirete )

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