L’amico di Roma non è di Roma

A me capita spesso di piangere all’improvviso per strada, di vedere una mattonella fuori posto e piangere, di ricordare qualcuno e piangere, di accendermi una sigaretta in un modo nuovo e piangere. Sono perennemente sull’orlo di una crisi di nervi. Così qualche giorno fa mentre camminavo per le vie del centro di Roma, dopo aver visto una scolaresca del sud in fila per due, ho iniziato a lacrimare come una madonna degli anni 90. Se avessi pianto sangue non sarei certo qui a raccontarlo, mi avrebbero eretto un mausoleo a villa borghese e starei là tutta dorata a piangere 6 ore al giorno, ho sempre preferito il part time. Col viso fradicio e il trucco a rischio slavina mi precipito nella prima chiesa che mi capita a tiro. In chiesa si può piangere, l’ho già fatto, una mattina mentre rientravo a casa da una festa mi buttai nella chiesa delle suore di clausura, loro pregavano da qualche parte e gli altoparlanti rimandavano le voci tra i pochi miseri banchi e quelle quattro persone in ginocchio. Io mi misi nell’ultimo banco, iniziai a piangere piano, a nessuno sembrava dare fastidio, così aumentai, finì il mio pianto come una Maddalena, in grande stile. Nessuna disse nulla, nessuno si degnò di uno sguardo, meglio così.

Spalanco la porta pronta a lanciarmi su un banco qualsiasi ma dalla sagrestia compare un prete che con la mia stessa velocità si infila dentro il confessionale. Così però non vale, penso e mi irrigidisco al centro del terzo banco. Mi guardo intorno, le lacrime si bloccano, la luce è bassa, soffusa, una bella foto seppiata.

E mo’ che faccio? Perché è andato lì dentro? Che ne sa lui di quello che voglio fare io? Immobile al centro del terzo banco guardo con insistenza verso il confessionale, come a volerlo far levitare. Cosa fare? Alzarmi e andare al confessionale? Lui è andato lì, ci sarà un motivo. Ma quale motivo, cretina, non ti azzardare ad avvicinarti a quel coso. Iniziano lunghe conversazioni interiori sulla cosa giusta da fare mentre nel dubbio le lacrime riprendono a scorrere, che poi si sa l’acqua segue sempre il suo corso. Piango ma piano, guardo sempre verso il baldacchino di legno, intravvedo brandelli di stoffa violetta, penso che sia proprio un bell’abito, adesso vado e glielo dico. No, non vado. Vado. Non vado. Entra una coppia, no accidenti proprio ora che avevo deciso di alzarmi. Vanno via, va bene allora ora mi alzo e mi avvicino. Entra una donna anziana, ma porca miseria forse non devo alzarmi. Ma poi perché dovrei andare da lui, perché sentirmi in dovere di andare da lui. A volte mi capita di sentirmi in dovere di far funzionare le cose come sono sempre andate, in questo caso lui si aspetterebbe che qualcuno o qualcuna vada a confessarsi. La donna anziana esce, silenzio, continuiamo a sbirciarci, lui dal confessionale io dal centro del terzo banco. L’ansia si arrampica sugli affreschi e ci tiene in pugno. Basta ora mi alzo e gli dico che sono Maddalena e lui deve aiutarmi. Che idiozia, non farlo, potresti sempre inginocchiarti e sciorinare una serie di supercazzole. Acchiappo la busta di saponi glitterati che nel frattempo rendevano tutto il terzo banco una succursale della lush e vado al confessionale. Lui sente i miei passi, inizia nervosamente a sistemarsi.

Mi fermo tra l’inginocchiatoio e le porte del confessionale, si sente il suo respiro, il mio. Prendo coraggio e mi affaccio: scusi io devo parlarle. Rimaniamo alcuni interminabili secondi a guardarci con lo stesso stupore che avevano i partecipanti al gioco delle coppie. Come è possibile che io abbia visto uscire dalla sagrestia un uomo di 40 anni e dentro il confessionale ora ci sia un ragazzino con la barba vestito da prete!? Si vuole confessare? No, non saprei proprio come fare, cosa dire, non mi imbarazzi per cortesia. Va bene venga ci sediamo qui. E ci mettiamo davanti al presepe, in un angolo, vicini come al cinema. Di cosa mi vuole parlare?

Le lacrime esplodono in un tormentone estivo, lui spaesato teneva lo sguardo su di me per non volare via, io invece facevo roteare gli occhi sui pastori, sull’erba finta, la stella cometa. Sproloquio sul senso della vita, sul nulla, sul tutto, l’infinito a cui vorrei tornare, la pesantezza di sentire il perimetro del mio corpo, il mio limite.

Mi giro e il suo sguardo si è fatto morbido, attento, cado sulla calma dei suoi occhiali verdi, smetto di piangere. Come ti chiami? Giuseppe, don Giuseppe. E quanti anni hai Giuseppe? 27, sono diventato prete 9 mesi fa. Perché ti sei fatto prete? Perché avevo una inquietudine nel cuore così grande che dio mi ha riportato coi piedi per terra, tu sei cattolica? No, non posso seguire una religione dove la donna vale niente. Non è vero che tu non vali niente. Si ma quell’abito ce l’hai tu non io. Perché sei entrata qui, non pensi che qualcuno t’abbia guidata? Si l’amore, avrei voluto dire, e noi in volo su Roma come nel maestro e Margherita. Lui dice che è dio, io dico che è la forza strabiliante del pulviscolo delle stelle da cui proveniamo. Punti di vista, finestre che si spalancano sullo stesso giardino. Lui vede le rose, io i fiordalisi. Va bene Giuseppe, tu hai fede nel tuo dio, io ho fede in te. Il discorso sulla mia gonna e sulla tua è solo rimandato.

Adesso devo fare messa, ma tu torna quando vuoi, mi trovi qui per ora, sono un missionario del preziosissimo sangue potrei andare altrove.

Preziosissimo sangue? Certo che questi in titoli rimangono ancora i migliori, penso e non dico.

Perché non resti per la messa? Cosa devi leggere, che passo? Segreto, se resti lo saprai, non sarò lungo. Va bene resto.

Ritorno al centro del terzo banco, nel frattempo la chiesa si è riempita. Aspettano Giuseppe e anche io aspetto di vedere lo spettacolo che Giuseppe stasera farà per me. Non mi sono mai concentrata così tanto sui passaggi di una messa, l’inizio, l’adorazione, tutto il cuore della faccenda con l’innalzare al cielo quel pezzo di pane che è il corpo, il sangue bevuto di spalle. Guardavo Giuseppe con ammirazione come si guardano gli spettacoli dove conosci gli attori, guarda che bravo in questo passaggio. Però troppo poco ritmo qui, io cambierei questa battuta, qui Giuseppe ti converrebbe fare una pausa in più ma poi ti giri e ci spiazzi. Insomma tre quarti d’ora d’ansia registica. Andate in pace, si stasera vado in pace poi però discutiamo del padre del figlio e dello spirito santo.

Il mio primo amico romano è come volevasi dimostrare un prete, ma non un prete qualsiasi, un missionario del preziosissimo sangue di anni 27 con il cuore inquieto, gli occhiali verdi e il tuo sguardo.

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